Quanti hanno studiato il carattere nazionale degli italiani – storici, antropologi o sociologi – hanno sovente messo in luce un aspetto, una caratteristica che nei secoli passati come nell’età più recente sarebbe tipica degli italiani: si tratta della debolezza dell’identità nazionale. Tale caratteristica ha notoriamente spiegazioni storiche: la nazione italiana è nata piuttosto tardi rispetto ad altre grandi nazioni europee come per esempio la francese o la spagnola; la penisola italica è stata per secoli divisa in decine di piccoli stati autonomi, con una varietà e disomogeneità di governi, di leggi, di usanze, di monete, e perfino di lingue, almeno se ci riferiamo alle lingue parlate. Tutto questo complesso di circostanze ha fatto sì che non si sia mai veramente sviluppato un vero e profondo sentimento identitario nazionale.

Chi sostiene questa interpretazione cita le difficoltà enormi con cui ha dovuto fare i conti il processo risorgimentale ottocentesco, il ribellismo insito nelle plebi del Sud Italia fin dai primi anni dell’unità nazionale, il senso di estraneità verso le istituzioni pubbliche, avvertite come qualcosa di calato dall’alto e da fuori. A tale deficit di etica pubblica farebbe da riscontro un attaccamento particolare ed eccessivo nei confronti della famiglia, il cosiddetto “familismo” degli italiani, un concetto spesso completato con l’aggettivo “amorale”, secondo la celebre interpretazione di Edward C. Banfield, laddove la famiglia costituisce – in opposizione allo Stato – il luogo privilegiato degli affetti e delle motivazioni, il luogo in cui l’italiano sa dare il meglio di sé con impegno, sacrifico e abnegazione.1

Chi parla della debole identità nazionale italiana fa inevitabilmente riferimento ad una data decisiva per la storia italiana del secolo scorso: 1’8 settembre del 1943, il giorno in cui il governo del maresciallo Badoglio, succeduto da poche settimane a Mussolini, rese pubblico l’armistizio con gli Alleati anglo-americani cambiando la posizione dell’Italia nello scenario bellico. Quella data avrebbe segnato la “morte della Patria”, la catastrofe di una nazione intera che all’improvviso si scioglie e si disgrega.2 Ma si tratta di un’idea molto controversa e da molti respinta con la considerazione che in fondo quello che si disfece l’8 settembre era una determinata forma politico-statale e non la patria italiana; tant’è vero che subito dopo l’armistizio l’idea di patria, di una patria nuova e migliore, animò molti italiani che presero le armi e combatterono, su fronti contrapposti, proprio in nome della patria.

Ma anche nel dopoguerra l’identità italiana ha rivelato tratti di debolezza estrema. Nazionalismo e patriottismo erano sentiti dalla maggior parte degli italiani come concetti usurati a causa dell’uso strumentale fattone durante il ventennio fascista. E così è accaduto che nell’Italia post-bellica fino alla conclusione della guerra fredda le patrie ideologiche fossero per molti aspetti più importanti della patria nazionale.3 E non è certo un caso che nel territorio italiano siano sorti in epoche diverse movimenti e partiti che hanno messo in dubbio l’unità della nazione e che su questa base hanno conseguito discreti successi: mi riferisco al separatismo siciliano nei primi anni del dopoguerra e al leghismo degli anni Novanta.

Gherardo Ugolini - Portrait


Gherardo Ugolini, Dr. phil., Professore di Filologia Classica all’Università di Verona.
Ho avuto il piacere di conoscere Dieter Kattenbusch nel 1999 quando ho preso servizio all’Istituto di Filologia Romanza della Humboldt-Universität di Berlino in qualità di Lettore di ruolo del Ministero Affari Esteri della Repubblica italiana. Prima di conoscerlo personalmente avevo letto qualche sua pubblicazione sulle minoranze linguistiche in Italia e mi ero fatto un’idea del personaggio assai diversa da quella che poi ho riscontrato nella realtà. Non so perché, ma mi aspettavo di trovare un professore pedante e noioso, interamente assorbito nelle sue ricerche e col quale era difficile interagire umanamente. E invece Dieter si è rivelato da subito una persona aperta, disponibile, poco burocratica, umanamente ricca e sensibile. Da colleghi siamo diventati rapidamente amici. Con lui ho collaborato per tanti anni: abbiamo organizzato insieme manifestazioni, congressi e seminari di aggiornamento, abbiamo pubblicato due volumi miscellanei. Abbiamo condiviso l’idea che l’università debba aprirsi al mondo extra accademico. Abbiamo lavorato insieme per rilanciare la lingua italiana a Berlino cercando e spesso trovando la collaborazione dell’ambasciata d’Italia e dell’Istituto italiano di cultura. Ebbene, in tanti anni e con tanti progetti comuni faccio fatica a ricordare un solo momento non dico di litigio, ma neppure di contrasto. Anche dopo la conclusione del mio incarico alla Humboldt ho continuato a frequentare Dieter e a collaborare con lui per la realizzazione di progetti e ricerche. Spero e conto di farlo anche in futuro. Del resto la porta del suo studio al quarto piano di Dorotheenstrasse 65 è notoriamente sempre aperta per studenti, assistenti e colleghi. Chiunque passi e si affacci può essere sicuro di ricevere un saluto affettuoso e spesso anche un caffè con qualche biscotto.

Ancora oggi si dice e si scrive che gli italiani non hanno un attaccamento troppo forte nei confronti della loro patria: sull’identità nazionale prevalgono le identità locali e municipali, o magari l’identità europea, percepita come un orizzonte più ampio in cui cancellare le proprie debolezze e i propri difetti. I sondaggi d’opinione indicano costantemente che gli italiani sono il popolo più favorevole al processo d’integrazione dell’Unione Europea.

Chi studia queste tematiche afferma anche che il senso dell’orgoglio nazionale è merce rara tra gli italiani e scatterebbe soltanto in poche occasioni, in particolare quando gioca e magari vince la nazionale di calcio. Ecco, allora sì che gli italiani sventolano il tricolore ed esibiscono la fierezza del proprio orgoglio patrio. Ma nelle occasioni della vita quotidiana questo non accade quasi mai.

Io non so fino a che punto queste tesi, che ho qui proposto in modo sintetico, siano effettivamente valide. Certamente contengono elementi di verità. Vorrei tuttavia dire che questo scenario sta cambiando. A partire dalla fine degli anni Novanta, grazie anche all’azione pedagogica intrapresa dal Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, si va consolidando ed espandendo un atteggiamento inusitato, un nuovo senso dell’identità nazionale. Non si tratta di un nazionalismo sciovinista e arrogante, ma della costruzione di una memoria comune e condivisa, della consapevolezza di appartenere ad una grande nazione, con un grandissimo passato e capace di interpretare anche oggi un ruolo importante nello scenario politico e culturale internazionale. Questa sensazione crea identità ed è condivisa da una grande parte di italiani. La reazione composta e unitaria che c’è stata in Italia dopo il massacro dei carabinieri italiani a Nassiriya4 può ben essere intesa come un segnale concreto di questo nuovo “spirito nazionale” del quale il Presidente Ciampi è il massimo interprete.

Vorrei qui ora analizzare in breve soltanto un aspetto di questa nuova impostazione del nazionalismo italiano e cioè l’aspetto linguistico. Non c’è nessun dubbio, credo, che l’Italia sia dal punto di vista della lingua una delle principali potenze mondiali. Però spesso si tende a dimenticarlo.

Eppure, la lingua italiana conta sempre di più, molto più di quanto comunemente non si pensi. Io non voglio fare un torto agli amici colleghi che qui insegnano il francese o lo spagnolo, e naturalmente non mi sogno di mettere in dubbio l’egemonia assoluta che la lingua inglese si è guadagnata nel mondo. Vorrei però insistere sull’importanza dell’italiano all’interno di quello che i linguisti chiamano “il mercato internazionale delle lingue”. L’italiano è parlato come lingua madre da un numero tutto sommato ristretto di persone, vale a dire gli abitanti della Penisola (56 milioni circa) e qualche milione di italiani sparsi per il mondo. In totale gli italofoni che parlano l’italiano come lingua materna sono soltanto l’uno per cento della popolazione mondiale e costituiscono il diciannovesimo gruppo linguistico del mondo. Eppure sulla base di studi recenti l’italiano risulta essere al quarto posto tra le lingue più studiate nel mondo, subito dopo l’inglese, lo spagnolo e il francese, e davanti al tedesco.5 La lingua si studia ovunque nel mondo, negli istituti universitari di italianistica, nelle scuole private, nei corsi degli Istituti italiani di cultura e in quelli dei comitati Dante Alighieri, con un incremento che negli ultimi cinque anni è stato del 38 per cento su scala mondiale.

Ma perché si studia la lingua italiana oggi nel mondo? Naturalmente le motivazioni prevalenti rimangono quelle più tradizionali, legate alla cultura, all’archeologia, alla musica etc. L’Italia è il Paese in cui si conserva, secondo i dati dell’UNESCO, oltre il 60 per cento dei beni culturali di tutta l’umanità e questa eredità continua ad essere un fattore di forte attrazione per gli stranieri, un fattore di cui gli italiani possono ben andare orgogliosi. Ma ci sono anche motivazioni di ordine pratico. Fino a qualche anno fa nessuno pensava di imparare l’italiano per trovare lavoro o per perfezionare e qualificare meglio il proprio profilo professionale. Oggi questo accade, soprattutto nei paesi dell’Europa Orientale, nell’America Latina e in Giappone, dove l’italiano sta conoscendo un boom singolare. E in questo fenomeno rientra anche la grande quantità (ormai più di due milioni) di immigrati che dall’Africa, dall’Albania, dalla Polonia, dalla Romania e da vari altri Paesi si sono trasferiti in Italia ed hanno dovuto imparare la lingua per inserirsi nel paese di accoglienza. Insomma la lingua italiana non è più solo la lingua di cultura, bensì anche una lingua funzionale, usata in molte aree del mondo nel campo degli affari e degli scambi internazionali.

La rete istituzionale che lo Stato italiano, attraverso il Ministero per gli Affari Esteri, organizza all’estero per la diffusione della lingua e della cultura italiana è ampia e diffusa: 93 Istituti italiani di cultura, i quali offrono circa 4.200 corsi di lingua con migliaia di partecipanti, 266 docenti di ruolo inviati nelle università di 87 Paesi del mondo come “lettori universitari di ruolo”, 181 scuole e 116 sezioni italiane presso scuole straniere e scuole europee, con un’utenza di circa 30 mila alunni. Sono dati impressionanti, i dati di una superpotenza linguistica.

Quando un paio di anni fa uno studio pubblicato col titolo “Italiano 2000” dimostrò che la lingua italiana era la quarta lingua più studiata al mondo ci fu una reazione di stupore per non dire d’incredulità. Eppure, a pensarci bene, questo dato del quarto posto non sarebbe dovuto essere una sorpresa: in realtà si tratta di un fatto normale, se solo si considera che già in passato era così. L’italiano è stato infatti recepito per secoli nel contesto europeo come lingua della musica, della creatività artistico-letteraria in senso lato, ma anche della comunicazione scientifica (Galileo) e degli scambi commerciali: una lingua d’elezione praticata nei teatri, nelle corti e nelle accademie d’Europa, oltre che nei porti del Mediterraneo. Il quarto posto nel mercato delle lingue non è una novità degli ultimi anni, ma un dato storico di lunga durata.

Permettetemi ancora un paio di considerazioni: si legge spesso sulla stampa, ma talora anche in pubblicazioni scientifiche, che la lingua italiana è in crisi. Ricorrenti sono gli allarmi sull’impoverimento lessicale, sulla regressione del congiuntivo, e sull’invasione dei prestiti dall’inglese. Eppure, ad un esame più attento e approfondito, non c’è dubbio che l’italiano di oggi goda di un eccellente stato di salute e che quegli allarmi siano esagerati e spesso infondati. Oggi l’italiano si presenta come una lingua vitale, finalmente usata spontaneamente per comunicare da tutti gli abitanti della Penisola. Si può affermare che all’inizio del 2000 si sia definitivamente concluso il lunghissimo percorso dell’unificazione linguistica del Paese. Inoltre si è via via attenuata quella netta divaricazione tra lingua scritta (una lingua aulica, letteraria, sovente retorica) e lingua parlata, che ha costituito per secoli una caratteristica essenziale della situazione linguistica italiana differenziandola dagli altri Paesi europei. E questo è un risultato importante, benché conseguito con tante difficoltà e lentezze.

Infine, una prova del grande prestigio di cui gode oggi l’italiano è costituita dalla sua presenza nelle maggiori lingue europee con centinaia di prestiti. In tutto il mondo ci si saluta con il “ciao” e si usano numerose parole italiane o facsimili dell’italiano. E non solo i classici “pizza” e “pasta”. Non c’è caffè in Germania in cui non si possa ordinare un “latte macchiato” o l’acqua minerale della marca San Pellegrino. Dal Chianti all’Amarone i nomi dei vini, come anche degli oli italiani hanno invaso da tempo i supermercati tedeschi. Per vendere dolciumi e biscotti in Germania si usa attirare i clienti con riferimenti culturali a Giotto, Raffaello o Leonardo. I produttori tedeschi di aceto hanno dovuto inventarsi un proprio “aceto balsamico” per non fallire. E i produttori di automobili hanno da tempo ormai compreso che per vendere meglio le loro macchine occorre battezzarle con nomi fantasiosi italiani o italianizzati: Polo, Mondeo, Vento, Scirocco etc.

Ma questo non succede solo in Germania. Ovunque nel mondo si trovano per esempio insegne di negozi con scritte in italiano. Insomma, si potrebbe quasi dire, esagerando un po’, che le principali lingue d’Europa stanno vivendo un processo di italianizzazione. Perfino l’inglese, la lingua leader, ha un patrimonio lessicale costituito solo per il 10 per cento circa di lessemi appartenenti al fondo linguistico proprio, cioè sassone e germanico occidentale, mentre oltre i due terzi, precisamente il 76,5 per cento dei lessemi sono esogeni, prestiti e adattamenti dal latino, dall’italiano e dalle altre lingue romanze. E le statistiche ci dicono che proprio l’italiano accanto allo spagnolo è la lingua che fornisce all’inglese il maggior numero di neologismi.

Nel settembre del 2002 è uscito sull’autorevole quotidiano Frankfurter Allgemeine Zeitung un articolo del giornalista Dirk Schümer dall’eloquente titolo Spaghettisiert euch!, ovvero «spaghettizatevi!», nel quale il giornalista contrapponeva al predominante “american way of life”, ovvero alla globalizzazione nel segno del cosiddetto McWord, un altro paradigma di globalizzazione, e cioè quello della cultura italiana la quale, soprattutto grazie all’espansione globale della sua tradizione gastronomica, ma anche grazie alla moda e ai prodotti del made in Italy, si sarebbe imposta nell’intero pianeta come la vera Leitkultur di riferimento.6 Quell’articolo era certamente ironico e paradossale. E anch’io stasera nell’esaltare il nuovo nazionalismo linguistico italiano, nel parlare di un primato dell’italiano nel mondo, ho cercato di essere di tanto in tanto un po’ ironico e paradossale. Anche se spesso dietro l’ironia e il paradosso si nasconde la verità.

Note

* Il presente contributo riproduce, con qualche piccola modifica, il testo di una conferenza da me presentata il giorno 5 dicembre 2003 nel corso di una manifestazione che si è svolta presso l’Istituto di Filologia Romanza della Humboldt-Universität, organizzata per celebrare i 50 anni di Romanistica all’università berlinese. Alla manifestazione, promossa e diretta dal prof. Dieter Kattenbusch, parteciparono tra gli altri anche l’ambasciatore d’Italia S.E. Silvio Fagiolo, e il direttore dell’Istituto italiano di cultura a Berlino, prof. Ugo Perone. Fu quello il primo “Dies italicus” dei tanti che sono seguiti negli anni successivi.

1 Edward C. Banfield (1958): The Moral Basis of a Backward Society, trad. it. (1961, rist. 2006): Le basi morali di una società arretrata. Bologna.

2 Cfr. Ernesto Galli della Loggia (1998): La morte della patria: la crisi dell’idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica. Roma-Bari.

3 Remo Bodei (1998): L’io diviso: ethos e idee dell’Italia repubblicana. Torino.

4 Il 12 novembre 2003 un attentato nella località di Nassiriya colpì le truppe dell’esercito italiano impegnate in Iraq nella missione di pace denominata “Operazione Antica Babilonia”. Restarono vittime 28 persone tra carabinieri, militari e civili.

5 Tullio De Mauro et al. (2002): Italiano 2000. I pubblici e le motivazioni dell’italiano diffuso fra stranieri. Roma.

6 Frankfurter Allgemeine Zeitung. 28.09.2002, 40.